lunedì 29 luglio 2013

La morte dell'Etica

Su questo pianeta il caos avanza, e con esso l’entropia. Come in tutte le civiltà in decadenza.

Siamo davvero arrivati all’apice di una luminosa età nella quale il progresso scientifico e tecnologico è in procinto di salvare l’essere umano dalla barbarie, o stiamo attraversando al contrario una fase di involuzione ed imbarbarimento a livello civile, personale, sociale?

A dare un’occhiata in giro, la seconda ipotesi appare la più plausibile. Per tutta una serie di motivi.

Innanzitutto, aumenta il grado di alfabetizzazione della popolazione, ma diminuisce in maniera direttamente proporzionale la qualità dell’offerta formativa. Più giovani all’interno delle mura scolastiche – insomma – ma scarsa efficacia degli interventi educativi. Come mai?  

Semplice: gli Stati oggi risparmiano sulle scuole, aumentano il carico di lavoro di docenti e studenti, aumenta il numero di alunni per classe, i giovani sono sempre più distratti dalle nuove tecnologie e dai social media e gli insegnanti fanno i conti con la sempre più diffusa “sindrome da burnout”, un senso di inadeguatezza e disperazione che colpirebbe addirittura ormai più del 50% della classe docente [1]. Studenti iperattivi e distratti, affetti da ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), da ansia da disconnessione dal web, dalla “sindrome dello squillo fantasma” (Ringxiety e Vibranxiety [2]), che dormono con il cellulare acceso sotto il cuscino, e insegnanti depressi e frustrati incapaci di gestire la nuova situazione. 
 
Nessuno infatti li ha preparati a fronteggiare le emergenze derivanti dalle nuove patologie psichiche (proprie e dei propri alunni), dunque ogni docente è abbandonato a se stesso –  e di fronte alle mutate condizioni si arrangia come può.

Che dire, poi, dell’analfabetismo di ritorno? I dati sono preoccupanti: secondo un recente studio del linguista Tullio De Mauro, il 71% della popolazione italiana si troverebbe al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Secondo tale studio il 33% degli italiani, pur sapendo leggere, riesce a decifrare soltanto testi elementari, e persiste un 5 per cento incapace di decodificare qualsivoglia lettera e cifra [3]. Né va meglio col parlato: la quasi totalità della popolazione italiana si esprime o in italiano popolare (la lingua parlata da incolti e semicolti),  o in italiano regionale o in dialetto, e assai spesso mescola fra loro queste tre varietà della lingua, relegando l’uso dell’italiano standard a pochi cultori o professionisti. Il 50% della popolazione sarebbe inoltre affetto da “analfabetismo funzionale”, condizione, questa, che riguarda tutti quei soggetti che –  pur sapendo leggere e scrivere – non sono in grado di mettere in relazione fatti e dati e difettano pertanto di capacità critiche.

Si consideri poi che secondo una recente indagine condotta in maniera congiunta dall’INVALSI e dall’Accademia della Crusca, nel 2007 il 52% degli elaborati di italiano redatti dagli studenti in occasione degli Esami di Stato (la vecchia maturità) sarebbe risultato insufficiente ad osservatori indipendenti. 

In base ad alcuni dati OCSE – inoltre – in Italia 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta (il foglietto illustrativo di un medicinale, le istruzioni di un elettrodomestico) e non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, una banale lettera al capo condomino) che sia comprensibile e corretto [4]. Se questo è il livello di padronanza nell’uso e nella comprensione della lingua raggiunto dalla popolazione italiana nel suo insieme, c’è poco da stare allegri: chi non sa interpretare un semplice foglietto illustrativo, come potrà decifrare la complessità del reale, formulare un giudizio critico, decidere per chi votare alle elezioni?
 
Rimanendo in tema di nuove generazioni, quali sono i valori di riferimento dell’attuale società ipertecnologica? Da dove traggono i giovani le norme relative ad un corretto vivere civile? Semplice: dal web, dai social media, dal gruppo dei pari, dai videogiochi, dalla moda, dai telefilm americani, dai testi delle canzoni dei loro idoli, dalla TV (ad esempio da programmi come quelli diffusi da MTV, che si propongono l’intento dichiarato di influenzare la cultura di massa di teenagers e giovani adulti). Oggi un adolescente non accetta certo indicazioni e rimproveri da genitori e insegnanti, ormai privati del loro ruolo di guida e destituiti di qualunque credibilità, e nemmeno andrà a cercare lumi nella cultura (o nei libri), coltivata ormai da meno del 10% della popolazione.

E quali “modelli” è possibile ricavare dalla moderna – pervasiva – comunicazione mediatica? È presto detto. In base ad un’indagine sommaria, possiamo affermare che un buon 80% dell’attuale comunicazione di massa mette in scena violenza, sesso, droga, soprusi, paura ed insicurezza, mancanza di rispetto, confusione di ruoli, violazione delle norme, maleducazione, volgarità, menzogne e tradimenti presentati come “normali fatti della vita”, nuclei familiari inesistenti o disgregati, nevrosi, oscenità… E chi più ne ha più ne metta.

Sarebbe lecito ipotizzare – a questo punto – una “morte dell’Etica”? La risposta a chi scrive sembra essere affermativa.

Se infatti per etica si intende quell’insieme di principi che permettono all’uomo di stabilire quando un comportamento è corretto e non è lesivo della libertà altrui – e con il termine morale ci si riferisce all’incarnazione storica particolare di tali principi generali ed universali – come si può parlare di “etica” in una società come quella attuale, nella quale i furbi sono ammirati e presi a modello, gli arrivisti premiati, mentire sembra diventato uno sport nazionale, agire di nascosto o nell’ombra è considerato  un comportamento “normale”,  frode e truffa vengono depenalizzate anche dal punto di vista giuridico, e chi si comporta in maniera corretta fa spesso la figura dello stupido del villaggio?
 
Come scegliere – oggi – fra giusto e sbagliato? Quale riferimento adottare? A quale “manuale deontologico” rifarsi? È presto detto: l’uomo contemporaneo segue il suo capriccio personale e il suo libero arbitrio. Nessun “codice della legge” da rispettare, nessuno a cui rendere conto, solo il piacere e il gusto personale. 

Dio è morto, nella nostra società. Insieme a Lui – come logica conseguenza – è morta anche l’Etica, e il rispetto per l’altro.


Bibliografia

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